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Come distinguere i Super Campioni dai Quasi Campioni

  26 settembre 2016

Qualche tempo fa ho avuto il piacere di conoscere Andrea Vendrame la cui storia mi ha incuriosito fin da subito: investito da un’auto in allenamento, ha rischiato di non tornare più sopra una bici. Prima un ospedale, poi un altro, poi un delicato intervento chirurgico, quindi le difficoltà del post-operazione.
Alla fine Andrea non solo è riuscito a tornare in bici, ma è stato capace di piazzarsi nei primi dieci già alla terza gara, e da lì non è mai più uscito dagli ordini di arrivo, collezionando anche una fila interessante di secondi posti.
La storia di Andrea mi interessa non solo per il modo e la velocità con cui ha superato il trauma, quanto per i risultati che ha ottenuto dopo: medaglia di bronzo al Campionato Europeo Under 23, quarto posto alla Coppa Sabatini tra i Professionisti.
Nella letteratura scientifica sulla motivazione si sta facendo strada la teoria Talent needs trauma, secondo la quale gli individui che hanno affrontato delle avversità ed hanno vacillato in passato, probabilmente metteranno in atto degli sforzi più persistenti per raggiungere il top in futuro.
Questa teoria trova riscontro in uno studio pubblicato quest’anno sulla rivista “Frontiers in Psychology”, il quale evidenzia delle interessanti differenze tra “super campioni” e “quasi-campioni”.
I “super campioni”, in questo studio, sono giocatori di Premier league, Bundesliga e Liga Spagnola con all’attivo numerose convocazioni in Nazionale; oppure sono atleti di sport individuali vincitori di almeno quattro medaglie d’oro ai Campionati del mondo o alle Olimpiadi. I “quasi-campioni” sono giocatori di leghe nazionali di seconda fascia oppure atleti individuali che hanno vinto medaglie mondiali nelle categorie giovanili, ma non si sono ripetuti ai livelli più alti.
La ricerca ha messo in luce che tutti gli atleti intervistati si sono imbattuti durante la loro carriera in problemi più o meno seri, ma hanno reagito in modo diverso:

  • I “super campioni” hanno avuto una reazione quasi fanatica verso la sfida e hanno superato i problemi grazie ad un’attitudine a non sentirsi mai soddisfatti;
  • mentre i “quasi-campioni” hanno maledetto gli intoppi, sono diventati negativi ed hanno perso motivazione.

Ma da cosa dipende questa differenza di atteggiamento?

I ricercatori sono scesi più in profondità ed hanno scoperto che tutti gli atleti intervistati erano orientati a migliorare, ma con un concetto diverso di miglioramento:

  • i “super campioni” risultavano guidati dall’interno, il loro principale interesse era il proprio sviluppo personale e giudicavano il loro livello atletico confrontandosi con le precedenti versioni di se stessi, non con gli altri;
  • i “quasi-campioni” invece erano focalizzati su elementi esterni a loro, come le classifiche, i punteggi, o i propri avversari

. Questo aspetto secondo i ricercatori spiega perché la maggior parte degli atleti si scoraggia durante i momenti di difficoltà mentre i “super campioni”, concentrati sul proprio sviluppo personale, riescono a tener duro e a trarre dai problemi una reale crescita.
Fin qui la ricerca è già di per sé molto interessante, ma manca ancora un livello di spiegazione per chiudere il cerchio, perché i “super campioni” sono orientati verso sé stessi e gli altri sono orientati verso l’esterno?
La risposta è quanto mai interessante: genitori, fratelli e allenatori fanno la differenza. Solo i ”super campioni”, infatti, hanno riferito di non aver mai ricevuto pressioni dai genitori, ma piuttosto un delicato incoraggiamento, un mostrare interesse ma rimanendo “un passo indietro”, senza assumere il ruolo di allenatori, oppure lasciandolo ad altri una volta arrivati alle categorie superiori.
I “super campioni” hanno inoltre riferito di aver sentito molto la vicinanza di un fratello o di una sorella, anch’essi atleti; infine, hanno riferito di aver avuto degli allenatori che utilizzavano una prospettiva di lungo periodo, pluriennale, anziché perseguire risultati immediati e, guarda caso, di aver intrattenuto con i loro allenatori un rapporto di collaborazione molto più duraturo nel tempo rispetto ai “quasi-campioni”.
E l’impegno in allenamento allora, che per anni ci è stato proposto come l’elemento che fa la differenza, che fine ha fatto? In effetti l’impegno ha un ruolo rilevante. Per comprenderlo occorre riferirsi ad una terza categoria usata dai ricercatori, denominata “campioni” (giocatori di leghe importanti, ma con poche convocazioni in Nazionale, oppure atleti individuali vincitori di una sola medaglia ai Campionati del mondo o Olimpiadi).

Questi, come i “super campioni” si impegnano in modo totalizzante negli allenamenti, mentre invece i “quasi-campioni”, pur amando il proprio sport, considerano le gare più importanti degli allenamenti, che vedono come un’attività che preferirebbero evitare, se potessero.I
n estrema sintesi, lo spartiacque tra “quasi-campioni” e “campioni” sarebbe l’impegno estremo in allenamento, mentre lo spartiacque tra “campioni” e “super campioni” sarebbe la presenza di persone vicine (familiari e allenatori) in grado di dare incoraggiamento nei momenti difficili senza mettere pressione e utilizzando sempre una prospettiva di lungo periodo.

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